Le dimissioni volontarie non precludono l’assegno di Inclusione, ma a determinate condizioni: ecco quali
Lasciare il lavoro volontariamente per beneficiare del “paracadute” economico rappresentato dall’Assegno di Inclusione è un comportamento molto più diffuso di quanto si possa immaginare. Le dimissioni volontarie, per legge, non danno il diritto al lavoratore di percepire l’indennità di disoccupazione (Naspi), perché espressamente incompatibili con la fruizione della prestazione a sostegno del reddito. Le dimissioni volontarie, però, non precludono la possibilità di percepire l’assegno di inclusione, ma occorre fare in tal senso delle precisazioni.
Cosa prevede la legge
La legge che ha istituito l’Assegno di Inclusione non ha previsto alcuna preclusione per coloro che perdono il lavoro volontariamente, tuttavia nel testo di legge si evince l’obbligo per chi percepisce l’ADI di mantenere un comportamento attivo verso la ricerca del lavoro. Chi percepisce questa prestazione, infatti, non potrà esimersi dal partecipare alle politiche attive e dovrà In ogni caso rispondere positivamente nel caso di offerte di lavoro congrue.
Le ragioni dell’introduzione dell’ADI
L’assegno di Inclusione infatti è stato introdotto per aiutare chi perde il lavoro, evitando però di agevolare forme di “parassitismo” da parte di coloro che si accontentano di basare la propria sopravvivenza solo su forme di assistenzialismo da parte dello Stato. Va anche detto che l’accesso all’ADI è subordinato ad un requisito economico e reddituale che non può essere eluso o aggirato.
Le soglie reddituali
L’ADI viene erogata solo a quei nuclei familiari il cui reddito non supera la soglia ISEE di 10.140€. Si tratta di un importo che non è fisso ma che varia in base al reddito della famiglia. Nel calcolo della prestazione viene tenuta in considerazione anche l’eventuale presenza di soggetti fragili all’interno del nucleo familiare come minori, disabili o anziani. Viene considerato rilevante anche il pagamento di un canone di affitto.
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