Salario giusto, il governo approva la nuova misura che non risolverà gran parte dei problemi strutturali del mondo del lavoro
La novità del cosiddetto “Salario giusto” che il governo ha introdotto col decreto approvato il 28 aprile dovrebbe garantire, secondo quanto riferito in conferenza stampa dalla stessa premier Giorgia Meloni, “una retribuzione che sia adeguata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, come previsto dalla nostra Costituzione”. La nuova misura trae spunto dal contenuto dell’articolo 36 della Costituzione ed interesserà una quantitò limitata di lavoratori e non potrà essere equiparato al cosiddetto “salario minimo legale” richiesto a gran voce dai sindacati e dalle forze di opposizione già da diverso tempo.
I limiti della misura
Il governo, introducendo il “salario giusto”, non ha stravolto il sistema esistente ma sostanzialmente lo ha rafforzato non affrontando l’annosa questione della misurazione della rappresentatività delle organizzazioni firmatarie. In realtà, a ben vedere, si tratterà di una misura che avrà una applicazione molto limitata tenendo conto che già la retribuzione della quasi totalità dei lavoratori italiani risulta inquadrata nei cosiddetti “contratti collettivi” (che per natura fissano già i salari giusti da pagare ai lavoratori) a cui aderiscono le principali sigle sindacali. Rimarrà dunque una quota residuale di lavoratori che potranno beneficiare del salario giusto, ma in che misura e in che modo?
Chi potrà beneficiarne?
L’ambito applicativo di questa misura sembra destinato a quel 3% dei lavoratori assunti da aziende private i cui contratti sono stati firmati da organizzazioni non rappresentative. Di certo sarà escluso dal “salario giusto” il comparto pubblico la cui rappresentatività è già misurata. A buon diritto si può ritenere che l’impatto del decreto inciderà pesantemente (ma in maniera circoscritta) sui cosiddetti contratti “pirata” che offrono scarse garanzie e salari molto più bassi rispetto alla media.
Gli obiettivi del salario giusto
Come ha chiarito la stessa Meloni in sede di presentazione del decreto, l’obiettivo di questa misura è contrastare efficacemente il “dumping contrattuale” in maniera tale che quella percentuale residuale di lavoratori non venga discriminata percependo salari inferiori a quelli fissati con i contratti collettivi più rappresentativi. Una misura che, per quanto lodevole sia stato lo sforzo di tutelare lavoratori finora discriminati, non affronta alcune tematiche strutturali del mondo del lavoro che coinvolgono anche i salari troppo bassi che i lavoratori percepiscono anche in presenza di un contratto regolare. Il governo non ha affrontato neanche il nodo degli aumenti automatici in caso di scadenza contrattuale. Pertanto da questa riforma non scaturiranno aumenti generalizzati in busta paga, lasciando ancora aperte tutte le incognite legate allo scarso potere d’acquisto dei salari.
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