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Alzheimer, il professor Massimo Filippi spiega quali sono i primi sintomi e come si diagnostica

Che cos'è l'Alzheimer, il professor Massimo Filippi spiega quali sono le cause, i primi sintomi e come si diagnostica

Alzheimer, il professor Massimo Filippi spiega quali sono i primi sintomi e come si diagnostica
Alzheimer, immagine di repertorio. Fonte foto: pxhere.com

Che cos’è l’Alzheimer

Il portale hsr.it approfondisce con il professor Massimo Filippi, Direttore dell’Unità di Neurologia e del Centro per la Malattia di Alzheimer di IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, tutto ciò che è fondamentale conoscere rispetto alla malattia di Alzheimer. Quest’ultima rappresenta la forma più diffusa di demenza, un termine che si riferisce a un deterioramento delle funzioni mentali così grave da ostacolare le attività quotidiane. A livello patologico, è contraddistinta dall’accumulo di proteine anomale nel cervello, note come placche di beta-amiloide e grovigli di tau. Il docente chiarisce che queste formazioni ostacolano la comunicazione tra i neuroni e causano la loro disfunzione, portando infine alla loro morte. Con la malattia che avanza, il tessuto cerebrale subisce un’atrofia, provocando:

– crescita di deficit cognitivi;

– perdita di indipendenza;

– difficoltà nel camminare e nel deglutire

Le cause dell’Alzheimer

La malattia di Alzheimer è il risultato di una serie di interazioni fra fattori genetici, ambientali e associato allo stile di vita. Anche se non si conosce perfettamente la causa precisa, gli studiosi hanno individuato diversi elementi che possono aumentare il rischio di sviluppare la grave patologia: l’età è il fattore più significativo. Infatti, la ppossibilità di contrarre la malattia di Alzheimer sale con l’età delle persone. Altri elementi a rischio comprendono la genetica, le precedenti condizioni familiari e alcune patologie come la pressione alta, i livelli elevati di colesterolo e il diabete. Diversi geni sono stati legati a un aumento della probabilità di sviluppare l’Alzheimer; il gene più famoso è l’APOE. Tuttavia, avere un gene che rappresenta un potenziale rischio per la malattia di Alzheimer non implica necessariamente che una persona sia destinata a svilupparla. Le mutazioni in tre geni (presenilina 1, presenilina 2 e APP) sono invece correlate con la certezza di ammalarsi di Alzheimer e si trovano in forme familiari molto rare.

Altri fattori di pericolo comprendono:

– una vita inattiva;

– un’alimentazione inadeguata;

– il fumo;

– l’inquinamento ambientale;

– la mancanza di socialità;

– gravi traumi cranici.

L’esperto spiega che complessivamente, sebbene la genetica contribuisca alla malattia di Alzheimer, la maggior parte dei casi non è attribuibile esclusivamente a fattori genetici. La condizione deriva piuttosto da un’interazione complessa tra fattori genetici, ambientali e stili di vita.

I primi segnali e sintomi dell’Alzheimer

Ecco cosa afferma il professor Massimo Filippi in parole semplici. I sintomi associati alla malattia di Alzheimer possono differire da individuo a individuo e possono manifestarsi lentamente nel tempo. I primi segnali possono essere così leggeri da passare inosservati, ma con l’avanzare della malattia, diventano più seri e iniziano a compromettere le attività quotidiane. Ecco alcuni dei segni e sintomi più comuni:

– difficoltà di memoria;

– aumento della difficoltà nel trovare le parole durante una conversazione o nella gestione di attività quotidiane (come guidare verso una destinazione conosciuta o utilizzare elettrodomestici;

– disorientamento rispetto a tempo e luogo;

– variazioni dell’umore e della personalità;

– etc.

Lo specialista conclude dicendo che se si notano questi sintomi, è molto importante prenotare un consulto neurologico presso un Centro specializzato.

Come si effettua la diagnosi

La diagnosi della malattia di Alzheimer richiede un approccio multidisciplinare e una valutazione complessiva che comprende:

– storia clinica;

– controllo fisico;

– valutazione neurologica;

– prove cognitive;

– analisi ematiche;

– studi di imaging (TC del cervello e/o RM dell’encefalo, PET cerebrale con fluorodesossiglucosio);

– test neurofisiologici.

Siamo anche in grado di dimostrare l’accumulo anomalo delle proteine amiloide e tau a livello cerebrale: questo è possibile tramite un esame PET con tracciante per amiloide (e in un prossimo futuro anche per tau), nonché tramite una rachicentesi per il dosaggio di amiloide e tau su liquor“. L’esperto aggiunge che a grazie agli sforzi scientifici a livello internazionale condotti negli ultimi anni, ora è possibile misurare amiloide e tau nel sangue attraverso un semplice prelievo, riducendo così i costi e l’invasività di esami coma la PET e la rachicentesi. Presso il nuovo Centro dedicato alla Malattia di Alzheimer, è in atto uno studio volto a misurare e analizzare questi marcatori nel sangue di individui che presentano disturbi cognitivi, anche lievi, con l’obiettivo di valutarne l’accuratezza nella diagnosi e il potenziale valore prognostico per la malattia di Alzheimer.

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Carmine Orlando

Classe 1971, da oltre un decennio svolgo il lavoro di redattore web. Ho collaborato con molti siti ed essendo una persona poliedrica mi sono occupato di svariati argomenti, dall'astrologia alla salute, dalla politica al fisco, dalla tv allo sport. Ma mi diletto anche nella stesura di articoli di terremoti, astronomia, cronaca, tecnologie e lotterie. Adoro scrivere ma anche leggere.

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