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Spalla congelata, il Dottor Francesco Ruffoni spiega cos’è, quali sono i sintomi e come si diagnostica

Spalla congelata: sintomi, diagnosi e trattamenti efficaci per riconoscere e curare la cosiddetta capsulite retrattile

Spalla congelata, il Dottor Francesco Ruffoni spiega cos’è, quali sono i sintomi e come si diagnostica
Foto Wikipedia

Cos’è la spalla congelata e perché è una condizione da non sottovalutare: i consigli del Dottor Francesco Ruffoni

La spalla congelata, nota in ambito medico come capsulite retrattile, è una patologia che colpisce l’articolazione della spalla causando dolore persistente e una progressiva perdita di movimento. Non si tratta di un semplice fastidio temporaneo, bensì di un processo che coinvolge direttamente la capsula articolare, che si infiamma, si ispessisce e perde elasticità. Con il passare del tempo, anche i gesti più banali diventano difficili fino a compromettere la qualità della vita quotidiana. Questa condizione interessa soprattutto le donne tra i 40 e i 60 anni e può durare anche fino a due anni se non trattata adeguatamente. Ignorarla o rimandare una valutazione specialistica può significare allungare i tempi di recupero. Il Dottor Francesco Ruffoni, responsabile di chirurgia protesica articolare dell’Istituto Clinico San Siro (Milano), ha chiarito per GruppoSanDonato.it quali sono i sintomi principali e come si arriva alla diagnosi.

Sintomi principali

Il segnale iniziale della spalla congelata è quasi sempre il dolore che può presentarsi in modo intenso e continuo, spesso localizzato nella zona della spalla ma con possibili irradiazioni lungo il braccio. Una caratteristica tipica è il peggioramento durante la notte che può disturbare il sonno e rendere difficile trovare una posizione confortevole; in questa fase il dolore può risultare poco responsivo ai comuni farmaci analgesici. Con il passare del tempo, alla componente dolorosa si associa una rigidità sempre più evidente, che limita i movimenti sia volontari sia passivi. Attività quotidiane come pettinarsi, vestirsi o prendere oggetti in alto diventano complicate e talvolta impossibili. La rotazione esterna è spesso il primo movimento a ridursi, ma progressivamente tutta l’articolazione perde mobilità.

Come si diagnostica

La diagnosi della capsulite retrattile (“spalla congelata”) è principalmente clinica e si basa sull’osservazione dei sintomi e sulla valutazione della mobilità articolare da parte dello specialista. Durante la visita, il medico verifica sia i movimenti attivi del paziente sia quelli passivi, elemento fondamentale per individuare la tipica rigidità globale della spalla congelata. Gli esami strumentali possono essere utilizzati come supporto per escludere altre patologie con sintomi simili. Le radiografie, ad esempio, risultano spesso nella norma ma sono utili per escludere problemi ossei o artrosi. La risonanza magnetica, invece, consente di osservare in modo più dettagliato i tessuti molli ed evidenziare eventuali ispessimenti della capsula articolare, oltre che la riduzione degli spazi interni dell’articolazione, soprattutto nelle fasi iniziali. Questo approccio permette di distinguere la capsulite da condizioni come le lesioni della cuffia dei rotatori.

Cause e trattamenti

Le cause della spalla congelata non sono sempre identificabili con precisione e, in molti casi, si parla di forma idiopatica, cioè senza un evento scatenante chiaro. Tuttavia esistono fattori che aumentano il rischio, come il diabete, le patologie della tiroide e piccoli traumi ripetuti. Anche un periodo prolungato di immobilizzazione, ad esempio dopo un intervento o una frattura, può favorirne l’insorgenza. Il trattamento è generalmente conservativo e varia in base alla fase della malattia. Nella fase iniziale il freddo può aiutare a ridurre dolore e infiammazione, nelle fasi successive il calore è utile per rilassare i muscoli prima degli esercizi. I farmaci antinfiammatori e, in alcuni casi, le infiltrazioni di corticosteroidi possono essere prescritti per controllare i sintomi. La fisioterapia rappresenta un elemento centrale del recupero, con esercizi mirati a migliorare gradualmente la mobilità senza aggravare il dolore. Solo nei casi più resistenti si ricorre alla chirurgia, con tecniche come la mobilizzazione in anestesia o l’artroscopia, seguite sempre da un percorso riabilitativo specifico.

Questo articolo non sostituisce il parere di un medico

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Marco Reda

Giornalista pubblicista dal 2013, esperto e specializzato in calcio e altri sport ma anche spettacoli tv, attualità, cronaca e salute.

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